Vicente en Italiano

Mio Padre, L┤Immigrante Ediciˇn Bilingue. Traducciˇn al italiano de Dario Puccini. Armitano Editores, C.A. e Instituto Italiano de Cultura. Caracas,1994

Mio Padre, L┤emigrante. A cura de Giovanni Battista De Cesare con testo a fronte. I.S.L.A. Instituto di Studi Latinoamericani- Pagani. Edizione del Paguro. Salerno, 2000.

I Calorosi Spazi. Traduzioni a cura di Antonio Mendoza. Nemapress Editrice. Tipografia La Poligrafica Peana,Alghero, 2002.(Ediciˇn bilingue)


VICENTE GERBASI Ŕ considerato il maggior poeta venezuelano contemporaneo. Nato nel 1913, da genitori italiani, a Canoabo, nello Stato di Carabobo, nel 1923 viene mandato in Italia per studiare Lettere e Filosofia a Firenze presso il Convitto Cavour. Nel 1929, dopo la morte del padre, ritorna in Venezuela. Lavora in banca a Valencia dove pubblica le sue prime poesie. Nel 1931 conosce la compagna della sua vita, Consuelo Orta Bercht. Nel 1937 pubblica il suo primo libro, Vigilia del Naufrago. Nel 1938 Ŕ nominato Segretario del Consiglio Municipale della cittÓ di Caracas. Fonda e dirige diverse riviste letterarie. Nel 1945 pubblica Mio padre, l'emigrante, considerato il suo capolavoro. Nel 1946 entra nel Corpo diplomatico come Addetto culturale dell'Ambasciata del Venezuela in Colombia. Nel 1948 Ŕ nominato Console Generale a Ginevra. Dopo il colpo di stato del 1949, rassegna le dimissioni da console, torna in Venezuela e partecipa alla lotta clandestina contro il dittatore Marcos Perez Jimenez. Continua a pubblicare libri di poesia e collaborare a riviste fino alla caduta del Regime. Nel 1958 rientra nel servizio diplomatico come Consigliere culturale dell'Ambasciata del Venezuela in Cile dove stringe forte amicizia con Pablo Neruda. RimarrÓ 13 anni all'estero, come ambasciatore in Haiti, in Israele dove nel 1961 viene pubblicato Olivi di eternitÓ, in Danimarca , in Norvegia e in Polonia. Nel 1968 Ŕ "Premio Nazionale di Letteratura". Nel 1982 il Consiglio nazionale della Cultura conferisce a Edades perdidas il premio come miglior libro dell'anno. Nel 1984 dottorato Honoris Causa dell'UniversitÓ di Carabobo. Muore il 28 dicembre 1992. Le sue opere principali sono tradotte in varie lingue: francese, portoghese, italiano ed ebraico.


MIO PADRE, L'IMMIGRANTE

Mio padre Giovanni Battista Gerbasi, la cui vita ha ispirato questa raccolta di poesie, nacque in un paesino italiano immerso nei vigneti della dorsale tirrenica, e mori a Canoabo, villaggio venezolano nascosto in una regione agreste dello stato di Carabobo.


Veniamo dalla notte ed alla notte andiamo.
Avvolta nei vapori, resta dietro la terra
dove il mandorlo vive, e il bimbo ed illeopardo.
Dietro restano i giorni, con laghi, nevi e renne,
con adusti vulcani, e con selve incantate
dove albergano azzurre l' ombre del terrore.
Restan dietro le tombe, ai piedi dei cipressi,
sole nella tristezza delle stelle lontane.
Restan dietro le glorie come torce che smorzano
raffiche secolari.
Restan dietro le porte che gemono al vento.
Resta dietrol ' angoscia dagli specchi celesti.
Resta dietro il tempo, il dramma dell'uomo:
generator di vita, generator di morte.
Il tempo che innalza e corrode colonne,
e mormora nell' onde millenarie del mare.
Resta dietro la luce che bagna montagne,
parchi di bambini e candidi altari.
E ugua1mente la notte con citta dolenti,
la notte quotidiana, che non Ŕ notte ancora,
ma breve riposo con tremiti di lucciole
e transito d'angoscia sulle anime ferite.
La notte che scende huovamente nella luce,
a risvegliare i fiori nelle silenti valli,
a rinfrescare l'acque nei bacini dei monti,
aspronare i cava1li verso azzurre scogliere,
mentre l' eternita, fra dorati bagliori,
avanza silenziosa fra prati siderali.

Traduzione: Giovanni Battista De Cesare

I CALOROSI SPAZI (1952)

NASCITA DELLA MALINCONIA

Lentamente mi svegliavo in una luce di conigli,
davanti a un filtro d'acqua di volto di pietra e bagnata barba di felci,
seguito da un cane che faceva volare i galli
e saltare i fuochi fatui nella notte.

Tutto si iniziava in segreto:
l'odore del cacao nei cortili crepuscolari,
i rossi vascelli celesti,
la campana nella collottola degli asini,
la fuliggine nelle pareti della cucina,
il ragno nel disegno siderale degli angoli.
Cominci˛ la mia solitudine sotto alberi di fogliame nero
dove si nascondeva il crepuscolo con sette gatti bianchi.

Attorno ascendevano i girasoli
e dietro gli alberi rossi nidificavano i serpenti.
C'era una cicala che cantava nella penombra dei miei occhi?

I rami del pomeriggio cadevano sui cavalli
e una pianura stendeva una luce gialla per le case di palma.
C'era un territorio di nuvole dove dormivano le tigri.

Tutto si iniziava in segreto:
il sapore del cioccolato,
Zio Coniglio tra gli alberi lunari,
il passaggio del cavaliere senza testa per la strada della notte,
il brillýo del pipistrello nell'ombra.

Lentamente tutte le mattine erano nuove:
con uno scoiattolo che si nascondeva nella manica della mia camicia,
con un aquilone sulla collina delle croci,
con un vento di sabbia traversato da un fiume
sotto l'ombra blu dei bamb¨.

lo iniziavo l'era degli uccelli migratori,
degli orizzonti fluviali,
delle oscuritÓ diurne nel profondo dei giunchi.

Cosa conservava l'acqua nel suo movimento di penombra e paura?
Dove cominciava quel giorno di arancio e tuono?

Non c'erano limiti per le ore,
tranne l'apparizione di qualche farfalla lenta,
di un nero mormorio di pioggia sulle montagne.

Io iniziavo l'era dei volti.
Tutti si riunivano sotto la pioggia e i lampi.
Mio padre mi sorrideva con la sua pipa tra i denti.
Mia madre aveva gli occhi tristi come se guardasse un bosco lontano.

Le mie sorelle avevano delle trecce e grossi fiocchi rossi.
C'era un anziano di barba bianca che ci parlava degli animali.

Avevo sentito, forse, la nascita della notte nelle chitarre?
lo iniziavo l'era delle porte.
C'erano porte per gli uomini, e porte per i cavalli,

e porte per i morti,
e vidi che le formiche aprivano porte nella terra,
e che gli uccelli aprivano porte negli alberi,
e che la notte chiudeva le porte delle case.


LA CASA DELLA MIA INFANZIA

Sulla sabbia della notte galoppava un cavaliere senza testa.
Nel fondo di una chiesa bianca
e pi¨ lontana la collina del calvario dove dormono i mendicanti
vedevo scorrere un fiume di pigiati conigli bianchi nell'ombra.
Sentivo il vento dei fuochi fatui,
il mormorio dei teschi negli angoli dei cactus,
voci scure radunate nei corridoi.
Nella mia stanza ardeva una lampada ad olio ai piedi di un
Cristo insanguinato.
Pendevano pipistrelli dal tetto,
ombre con ali di pipistrelli,
mormorii di soffitto,
lenti mormorii di spessa tela notturna.
lo vedevo con gli occhi dell'ombra,
con gli occhi delle foglie,
con gli occhi delle grandi rocce fredde della notte.
Il Tiranno Aguirre lanciava palle di fuoco
nel territorio dei tori selvaggi,
nelle piantagioni di tabacco,
tra gli spaventapasseri con cappelli di paglia.
Le mie sorelle avevano lasciato delle forbici aperte nel cortile della casa
affinche le streghe cadessero tra i tulipani,
sotto gli aranci, dove i lampi illuminano vetrate di pianto.
Il mio villaggio era solo nella notte,
la mia casa era sola in mezzo ai tamarindi e alle palme,
e il cavaliere senza testa galoppava verso il profondo,
verso le giuncaie del fiume,
dove i primi focolari si disperdono nei grilli.
Le case cominciavano ad uscire dall'ombra,
dalle case cominciavano ad uscire gli anziani.
C'era un mendicante addormentato di profilo,
con barba di nuvola nell'aria dell'aurora.


TEMPO EQUINOZIALE

Nel vento che accende staccionate di fichi d'india
e addormenta le capre nel pomeriggio dell'estate,
dovrei chiedermi perche sono il muto
sotto l'albero secco degli sparvieri?
I giorni riunirono tori zeb¨ nel crepuscolo,
mi abbandonarono alla calma calorosa del flamboyÓn.
Dovrei chiedermi perche l'anno non ha avuto dei cambiamenti,
perche le cicale nidificano nelle orbite dei miei occhi,
perche la gente dorme sotto le palme?
Nella strada dei negri rimangono in silenzio i tamburi.
Dovrei chiedermi perche sono un invalido circondato di scarabei?
Che cosa mi ha portato il giorno?
Vedo un gallo beccare cimici silvestri.
L'aria odora di menta amara.
Che cosa mi ha portato l'anno?
Dovrei chiedermi perche sono il muto
sotto l'albero secco degli sparvieri?


MARTED╠ GRASSO

Pongo le maschere sopra il vetro
e trovo gli occhi vuoti tra il blu e il rosso,
in una penombra dove rinasce il volto
come in un quadro antico.

Bene, non porto maschera,
ma attorno a me piovono le stelle filanti,
vedo una luce mutevole di cristalleria,
sento il suono di una fonte che si illumina nella notte.
Ho camminato molto per arrivare in questa cittÓ
dove la pioviggine fa un lago di insegne luminose,
dove i mendicanti dormono nelle soglie del tempo.
Venni con scarpe di contadino,
con erbe nelle tasche,
con l'abitudine di parlare con gli animali
e di guardare lungamente le notti stellate.
I mascherati di morte
cavalcano per oscure colline.
Li vedo tra le rocce,
come ombre della luna,
vestiti di stoffe bianche, sui loro cavalli bianchi,
fra il verde oscuro degli alberi notturni.
So bene che ci sono molte case povere,
qui e accanto a lontani fiumi,
in quei grandi porti con carbone,
nell'uragano di oscure montagne spettinate,
alla riva dei pini e dei ghiacci,
case con neri muri nel tempo,
con bambini che chiedono pane a mezzanotte,
e genitori che si svenano in silenzio.

E so che ci sono spade nel vino,
spade nel sangue,
spade nelle carceri,
spade che tagliano occhi nell'ombra.

Le belle prostitute nella danza,
nel centro del fuoco, bruciando stelle filanti...
Sento. Sento lungamente la notte,
e scivolano nei miei sensi i colori
come un museo delle cere che si incendia.

Traduzione: Antonio Mendoza

Dom. 29/11/2009 uscito sul "Corriere del Mezzogiorno", supplemento napoletano del "Corriere della Sera" (il pi¨ importante quotidiano italiano) un articolo sul libro di Vittorio Cappelli, "Storie di italiani nelle altre Americhe" dedicato quasi interamente a Vicente Gerbasi. Il titolo Ŕ: "La poesia di Gerbasi tra Cilento e Venezuela", l'autore Ŕ Ugo Piscopo.



L'UNITA 13 de Agosto de 1957

ANTOLOGIA DI POETI
Offriamo oggi ai lettori alcune composizioni poetiche di due tra i migliori poeti del Venezuela: Vicente Gerbasi e JosÚ Ram˛n Medina. Il primo, nato nel 1913, ha trascorso la sua infanzia in Italia e, tornato nel suo paese, Ŕ stato ed Ŕ tuttora uno degli animatori della vita letteraria e culturale del Venezuela; il secondo, che Ŕ stato pure in Italia nel 1951, Ŕ pi¨ giovane, ma giÓ si Ŕ imposto all'attenzione della critica e ha vinto nel '52 il źPremio BoscÓn╗ di Barcellona.
La traduzione Ŕ di Dario Puccini:

Volti contadini

Un odore acre di caffe naturo
sparge grumi rossi alle luna
grilli de luce violetta, serpenti a sonagli
che avvelenano l'aria delle felci
S'illumina l'ombra delle cime
e cala gi¨ dagli alberi del fiume
suonando gigli bianchi di penombra
.fino all'oscura casa del silenzio,
dove il mais accende perle braciate.
Ci invade la notte grano a grano,
con. musica di fronde sui confini,
con b¨ccine indigene che invocano
le mestizia cupa dei morti
Alla luce delle lampade gia fugge
uno spazio d'erbe, di tabacco
di celesti zolle e di rane
In circolo, i volti contadini
ascoltano la favole antiva degli astri.


Il Leopardo

Il leopardo si rifugia nella notte dalle grandi foglie
che brillano come sorgente
sprofonda sotto le sue orme scarabe addormentati
vagola nel suo furore oscuro
che ha fiamma negli occhi.
Attorno a lui l'ombra profuma di vegetali di menta,
dispersa lucciola tra le liane.
I cacciatori prclldono la sua pelle
e la stendono al vento come una costellazione.

VICENTE GERBASI

Nel suo c˛mpito d'amore

Nel suo c˛mpito d'amore il vento viene
e va in mezzo agli alberi; Ŕ un bimbo
cieco, biondo e serotino.
Percorre l'estate,
e al suo passo si scioglie la luce, a tratti.
lentamentc: distesa, lunga, sparsa e sicura.

Si prostrano le cose. La campagna sale
nel vapore lontano della spiga.
La grazia solitaria dell'amore comincia
in mormorio, in sibilo, in acqua fresca
como un gran labbro fresco che spartisca
i suoi rumori fluviali sulla terra,

Nel suo c˛mpito d'amore la sera calpesta
suolo di muschi e di piovuta terra
vagamente odorosa a tempi antichi

Di tratto in tratto sopra il campo geme
una grande ombra, un ucello scontitto,
che fugge, pessa, torna ricommente.

JOSE RAMON MEDINA